Quasi qualsiasi copywriter ti dirà che ogni progetto, ogni brand, ogni persona, perfino ogni prodotto ha una storia da raccontare.
Non sarò l’eccezione, ma voglio dirti qualcosa di più, o forse qualcosa di diverso. Vorrei parlarti del fatto che non sempre la miglior storia da raccontare, quella davvero capace di creare connessione, di trasmettere emozioni, di funzionare, è quella che a primo impatto potrebbe sembrare la migliore, magari quella più lineare, quella che sembrerebbe, a primo impatto, la storia perfetta.

Millenni di letteratura dimostrano che spesso a funzionare non sono le storie lineari: non conosco quasi nessun capolavoro della letteratura che non si basi su una storia inusuale, contorta, difficile da incasellare.
Starai pensando che ciò che ho detto non ha senso, perché per la letteratura valgono regole diverse rispetto a ogni altro settore.
Nì. La letteratura segue regole proprie, è vero. Ma la mente dell’essere umano a cui la letteratura si rivolge, e che deve riuscire a emozionare e coinvolgere, è sempre la stessa.
E per la mente umana, una storia non usuale e non lineare funziona. In alcuni casi, a patto che sia ben comunicata, funziona molto di più della “storia perfetta”.

Per questo, ho scelto il titolo “una penna inquieta” per raccontare dove la mia storia ha avuto inizio, e per lo stesso motivo ho scelto di raccontarti che la mia storia a partire dal vero luogo in cui è cominciata. Anche se si tratta di un luogo che, a prima vista, potrebbe sembrare lontanissimo dalla mia attività attuale: il mondo della cronaca giudiziaria.

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